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POMIGLIANO D’ARCO · LETTERA APERTA ALLA POLITICA25 OTTOBRE 2026

IL PROBLEMA CHE VI CHIEDIAMO DI METTERE AL CENTRO

PRODUCIAMO 10.
CI RESTA 4.

E voi di cosa parlate?

Di tutto, sembra. Tranne del peso che tasse, costi e burocrazia mettono ogni giorno sulla vita di chi lavora.

Leggi la lettera aperta ↓
IL POPOLO NON È UNA COMPARSA.IL POPOLO È IL MOTIVO PER CUI SIETE LÌ. ↓

IL NOSTRO GIUDIZIO POLITICO È QUESTO

Troppo potere.
Troppo poca vita reale.

Quando la politica sembra trovare tempo per ogni equilibrio interno e non per la fatica di arrivare a fine mese, non può stupirsi se viene percepita come distante. La nostra accusa politica è alla gerarchia delle priorità: il potere davanti, le persone dietro.

01 / IL PROBLEMA FONDAMENTALE

Le tasse non sono
una nota a margine.

Mentre produciamo dieci e ci sembra di restare con quattro, a Pomigliano d’Arco vogliamo sentire parlare della domanda che viene prima delle altre: quanto ci costa lavorare e quanto ci resta per vivere?

Il professionista guarda i pagamenti che non arrivano. Il commerciante guarda la cassa e le spese. Il lavoratore guarda lo stipendio e quello che è già stato assorbito prima ancora di pagare l’affitto. Ognuno vive una parte del problema. Tutti hanno diritto a una politica che lo guardi per intero.

Le tasse, per questo manifesto, sono il nodo fondamentale da affrontare. Quanto pesano? Come viene distribuito il carico? Quali servizi riceviamo? Quale costo aggiunge il tempo necessario a capire e rispettare gli adempimenti? Non sono domande da lasciare sempre alla prossima campagna elettorale.

Le scuole, la sanità e i servizi si pagano. Nessuno cancella questa realtà. Ma proprio chi chiede denaro ai cittadini deve spiegare come lo usa e perché il sacrificio richiesto sia giusto. Dire soltanto «bisogna pagare» non esaurisce il dovere di governare.

Il primo cittadino non può cambiare da solo l’IRPEF statale. Può però mettere il problema al centro del confronto, spiegare le scelte fiscali locali e il costo dei servizi, rendere più chiari gli uffici e portare richieste pubbliche agli altri livelli di governo. Non avere ogni potere non significa non avere alcuna responsabilità.

02 / GIUNTA, MAGGIORANZA, OPPOSIZIONE

Se il dibattito serve a pochi,
chi rappresenta tutti gli altri?

C’è qualcosa di politicamente ridicolo in un confronto che si accende sulle posizioni di pochi e si spegne davanti ai problemi di tanti.

Una polemica su chi conta di più. Una battaglia su chi deve comparire. Uno scontro su chi si prende il merito. Sono questi gli esempi di agenda che contestiamo: la politica che parla soprattutto di se stessa, mentre chiede alle persone di aspettare.

Se le energie vanno alle alleanze, agli equilibri e alle rivincite, e il conto del lavoro resta sullo sfondo, l’impressione è brutale: sembra che interessi soltanto il potere. Questo è il nostro giudizio su quel modo di fare politica, non la prova delle intenzioni private di ogni amministratore.

Giunta e maggioranza devono spiegare che cosa fanno. L’opposizione deve controllare e proporre qualcosa che si possa realizzare. Il cittadino non deve scegliere fra chi si celebra e chi aspetta soltanto il proprio turno sulla stessa sedia.

Che spettacolo misero sarebbe un’intera classe politica capace di discutere per ore del proprio spazio e incapace di dire quanto tempo perde un cittadino per avere una risposta. Le priorità si misurano così: dal tempo che dedicate ai problemi di chi non può offrirvi né un incarico né una fotografia utile.

Vale per il Comune, per la Regione, per Governo e Parlamento. E vale per le associazioni di categoria: se per non disturbare un rapporto con il potere smettete di difendere gli iscritti, tradite la fiducia ricevuta. Una sigla non è una protezione contro le domande.

Una foto non è una risposta.
Un annuncio non è un risultato.
Una poltrona non è un servizio.

03 / IL PRIMO CITTADINO

In strada.
Ogni santo giorno.

Il primo cittadino dovrebbe stare in mezzo alle persone ogni giorno. Non soltanto quando c’è un’inaugurazione. Non soltanto quando c’è una telecamera.

Entrare in un negozio senza chiedere una foto. Fermarsi con chi aspetta un autobus. Ascoltare chi esce da un turno, chi assiste un familiare, chi sta cercando lavoro. Tornare nello stesso posto dopo aver preso un impegno.

Non significa abbandonare gli uffici o sostituirsi ai tecnici. Significa portare la realtà dentro le decisioni. Chi guida una città deve conoscere la sua fatica personalmente, non soltanto attraverso una relazione.

Chiediamo presenza quotidiana sul territorio, momenti pubblici di ascolto ogni settimana e un registro degli impegni: problema, ufficio responsabile, scadenza, risposta. La presenza vale quando produce seguito. Altrimenti anche la passeggiata diventa una passerella.

La fascia non mette una persona sopra la comunità. La mette al suo servizio. Se per essere ascoltato devi conoscere qualcuno, inseguire un profilo personale o aspettare il momento giusto per una foto, il rapporto fra istituzione e cittadino si è rovesciato.

04 / LE PERSONALITÀ E IL CARATTERE PUBBLICO

L’onestà non è uno slogan.
È il requisito di ingresso.

In politica dovrebbe esserci posto soltanto per persone oneste. E l’onestà deve vedersi quando costa qualcosa, non soltanto quando conviene dichiararla.

Dire la verità anche quando danneggia il proprio schieramento. Spiegare un errore. Dichiarare gli interessi che possono entrare in conflitto con una decisione. Non scambiare un servizio dovuto per un favore personale. Accettare domande senza trattarle come un affronto.

Una personalità forte non è quella che umilia gli altri. È quella che regge una critica, ascolta una persona senza potere e si assume una responsabilità senza cercare subito un colpevole più debole.

L’arroganza non è autorevolezza. La furbizia non è competenza. La capacità di occupare la scena non è capacità di amministrare. E trasformare ogni confronto in una guerra personale non rende combattivi: rende più difficile risolvere i problemi.

Non vogliamo idoli, salvatori o padroni di una città. Vogliamo persone preparate, controllabili e capaci di rispettare anche chi non le applaude. L’onestà è la base. Competenza, ascolto e risultati sono il lavoro da fare sopra quella base.

05 / IL VALORE DELLA FAMIGLIA

La famiglia si rispetta
quando si governa.

Dire di avere a cuore la famiglia non basta. Bisogna rispettare il tempo, la sicurezza e la dignità delle famiglie nelle decisioni di ogni giorno.

Una pratica senza risposta può diventare una giornata di lavoro persa. Un servizio che non funziona può diventare un turno a cui rinunciare. Un reddito insufficiente può diventare una cura rimandata. Dietro ogni numero ci sono persone che si prendono cura di altre persone.

Chi mette al centro la famiglia deve fare posto ai bambini, agli anziani, a chi ha una disabilità, a chi assiste e a chi vive con un solo reddito. A tutte le famiglie e a tutte le persone, anche a chi vive solo: nessuno deve valere meno perché ha una vita diversa.

Non si misura l’onestà dal matrimonio, dallo stato civile o dalle fotografie private. Si misura dal comportamento pubblico. Il valore che chiediamo è la cura: non far pagare agli altri la propria ambizione, non usare il bisogno come leva, non dividere le persone per ottenere consenso.

La politica che parla di famiglia e poi ignora quanto costa mantenerla pronuncia una parola vuota. Il rispetto deve arrivare alla fine del mese, agli sportelli, nelle scuole e nei luoghi di lavoro.

06 / LA FORZA CHE ABBIAMO

Non incassiamo
ognuno per conto suo.

La stanchezza non è una colpa. Ma non possiamo lasciare che diventi isolamento. Se ognuno soffre in silenzio, il problema resta sempre del singolo.

Un commerciante non è il nemico di un dipendente. Un professionista non è il nemico di chi cerca lavoro. Una famiglia non è il nemico di un’altra famiglia. Non lasciamoci dividere mentre chiediamo tutti una vita sostenibile.

Tutti difendano tutti. Nessuno diffonda odio. Difendere significa ascoltare, verificare i fatti, accompagnare chi chiede una risposta e pretendere diritti uguali. Non significa coprire un abuso o dare per vera qualunque accusa.

Mettiamo insieme il costo del problema, il tempo perso e la richiesta precisa. Presentiamoli pubblicamente. Chiediamo una data. Torniamo a chiedere che cosa è stato fatto. La forza dell’unione è la continuità, non il volume di uno sfogo.

Pomigliano d’Arco merita una discussione più grande delle carriere di chi la rappresenta. Il nostro lavoro non è lo sfondo della vostra lotta per il potere. È la vita della città.

ECCO CHE COSA INTENDIAMO

La burocrazia
entra nella vita così.

Quattro situazioni illustrative: non sono episodi accertati a Pomigliano né indicazioni sugli obblighi di una singola attività. Mostrano come una procedura, quando è confusa o gestita male, possa diventare pressione.

01 / IL COMMERCIANTE

Lo stesso dato.
Un’altra richiesta.

Immagina di aver già consegnato un documento e di doverlo cercare di nuovo perché ti viene richiesto altrove. Intanto sei in negozio, i clienti aspettano e l’affitto continua a correre.

Il costo: tempo sottratto al lavoro e, magari, assistenza da pagare.

La richiesta: spiegare cosa manca, perché serve e se l’ufficio può già acquisirlo. Una risposta coordinata, non una caccia al documento.

02 / IL PROFESSIONISTA

Il cliente ritarda.
Le scadenze no.

Immagina un pagamento che slitta mentre devi pianificare imposte, contributi e spese. Se le indicazioni che ricevi sono oscure o contraddittorie, anche capire come organizzarti diventa un altro lavoro.

Il costo: incertezza sui soldi disponibili e ore spese a ricostruire le risposte.

La richiesta: istruzioni chiare, calendario comprensibile e spiegazione degli strumenti applicabili al caso. Senza confondere fatturato, incassi e reddito.

03 / IL LAVORATORE

Un rimbalzo di uffici.
Un permesso consumato.

Immagina di prendere un permesso per una pratica e scoprire allo sportello che devi rivolgerti a un altro ufficio. Poi manca un’informazione che nessuno ti aveva indicato.

Il costo: ore di permesso, spostamenti e tempo tolto alla famiglia.

La richiesta: un elenco completo prima dell’appuntamento, un referente e una risposta che eviti viaggi inutili.

04 / L’ARTIGIANO

Una contestazione.
Nessuno spiega il percorso.

Immagina di ricevere una richiesta di adeguamento e non capire esattamente cosa devi fare, entro quando e a chi chiedere chiarimenti. Il timore di sbagliare di nuovo ferma le decisioni.

Il costo: incertezza, consulenze e lavoro rallentato.

La richiesta: motivi e passaggi comprensibili, tempi espliciti e misure proporzionate. I pericoli reali vanno fermati; l’opacità non aumenta la sicurezza.

Quando una procedura viene usata per intimidire, favorire qualcuno o colpire un avversario, la sua funzione pubblica viene tradita.

È il comportamento che contestiamo. Per attribuirlo a qualcuno servono fatti verificati: la polemica non sostituisce le prove.

NON CI BASTA UN «VI ASCOLTIAMO»

Sei risposte.
Da pretendere insieme.

  1. 01

    Mettere il peso fiscale al centro.

    Un confronto pubblico su tributi locali, costo dei servizi e richieste al livello nazionale. Numeri spiegati, non slogan.

  2. 02

    Conoscere la città ogni giorno.

    Presenza del sindaco nei quartieri, ascolto settimanale e ritorno sui problemi segnalati. Senza trasformare ogni incontro in propaganda.

  3. 03

    Una pratica, un responsabile, una risposta.

    Documenti richiesti in modo chiaro, tempi comunicati e tracciabilità di ciò che accade. Basta rimpalli senza spiegazioni.

  4. 04

    Controlli uguali, motivati e proporzionati.

    Proteggere persone e sicurezza. Spiegare le contestazioni e il percorso previsto. Nessun favore e nessuna gogna.

  5. 05

    Onestà che si possa verificare.

    Decisioni spiegate, interessi e incarichi trasparenti. Giunta e opposizione giudicate sui comportamenti, non sulle dichiarazioni di superiorità.

  6. 06

    Rispetto concreto per le famiglie.

    Valutare l’effetto delle scelte su reddito, tempo di cura e accesso ai servizi. La vita delle persone prima dell’immagine politica.

IL MANIFESTO IN TRE PASSAGGI

Capire.
Unirsi. Verificare.

  1. 01

    Il problema è comune.

    Il lavoro costa. Il reddito non basta. La burocrazia aggiunge tempo e incertezza.

  2. 02

    La richiesta è pubblica.

    Persone diverse portano insieme fatti, un problema preciso e una soluzione da discutere.

  3. 03

    La risposta si controlla.

    Chi decide indica un responsabile e una data. La comunità torna a verificare il risultato.

POMIGLIANO D’ARCO NON È UNA POLTRONA.

È IL POSTO
DOVE VIVIAMO.

Onestà. Presenza. Responsabilità.
Il resto deve dimostrare a che cosa serve.

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